La Tripletta #13
Squadre in giorni sballati, allenatori per caso e allenatori nel caos, nazionali che tornano o che ci confondono tra loro. E fratelli che sognano, tifosi disposti a scelte estreme per poter pagare
Tre storie da raccontare
Una squadra alle prese con uno strano calcolo del tempo, un allenatore che pensava di giocare e invece faceva sul serio, uno stadio che dedica un suo settore a un calciatore vivente
⚽ La squadra che… gioca domani e torna ieri
Se siete partiti dal titolo lo avrete già letto almeno due volte per cercare di capire cosa vuol dire. E, in effetti, quella del Tahiti United è una storia assai singolare. Sì, è la squadra di Tahiti e state già immaginando quel paradiso tropicale lontano dal mondo in cui rifugiarsi. Ma è proprio quel “lontano dal mondo” che crea questa storia: i tahitiani, esponenti della più grande isola della Polinesia francese, partecipano alla prima edizione dell’OFC Pro League, la prima competizione calcistica professionistica dell’Oceania, che ha una struttura transnazionale proprio per alzare il livello di competitività (qui avevo parlato della Superlega dell’Oceania, appunto). E oltre al Tahiti United ci sono altre sette squadre provenienti da Australia, Fiji, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Vanuatu, tutte situate a ovest di Tahiti, oltre la Linea Internazionale del Cambio di Data, ovvero quella linea che collega il Polo Nord con il Polo Sud e che viene utilizzata per segnare il punto in cui inizia un giorno e ne finisce un altro.
L’accordo che ha generato questo torneo prevede che le partite si giochino in mini concentramenti, in cui le squadre si incontrano per disputare due incontri ciascuna, a Auckland, nelle Fiji, a Honiara, a Melbourne e a Port Moresby e nelle zone limitrofe. Questo vuol dire che Tahiti non gioca mai in casa e che, per esempio, per andare alle Fiji dovrà fare un viaggio di duemila miglia, ma arrivando in un posto che, proprio per l’attraversamento della linea del cambio di data, è ventidue ore avanti come fuso orario. Per questo, in pratica, il Tahiti United gioca sempre “domani”: se la partita è di venerdì, per i tifosi che la seguono dall’altra parte sarà sabato. Il bello viene al ritorno. Dopo aver giocato di sabato sera, la squadra riparte verso Tahiti e riattraversa la stessa linea, ma in senso opposto. Così, sul calendario tahitiano, si può ritrovare indietro di un giorno. In pratica, agli occhi di chi guarda da casa, è come se i giocatori fossero rientrati ieri. Non è poesia: sono i fusi orari che fanno ginnastica.
A conti fatti entro la fine della stagione, i giocatori e lo staff del Tahiti United avranno percorso circa 30.000 miglia e trascorso quasi un’intera settimana in viaggio tra le sedi dei tornei e le proprie case. Con cinque concentramenti e poi l’ultimo turno dei playoff a maggio, si tratta di ben dodici viaggi di andata e ritorno attraverso la Linea Internazionale del Cambio di Data, con conseguente jet lag, nel corso dei quattro mesi di campionato. Una sfida notevole con il fisico che, però, ha un senso: si tratta, per Tahiti, della prima squadra professionistica di ogni sport, la prima volta in cui la speranza è coltivare i talenti in casa propria senza che debbano partire per cercare fortuna altrove. A costo di non capire più che giorno è oggi: domani o ieri?
⚽⚽ Da Football Manager alla panchina per un giorno. Vincendo
Tutti, giocando a Football Manager, prima o poi (o forse sempre) andiamo a sederci sulla panchina virtuale di una squadra alla periferia dell’impero calcistico per portarla fino alla gloria, vantarci dell’impresa. E, in alcuni momenti, abbiamo pensato di fare un grande discorso davanti al computer o poi, allo stadio, siamo stati tentati dall’usare il linguaggio del videogioco per spronare la squadra più debole, diventare eroi. Viviamo così, sospesi tra un gioco immersivo e la realtà che non riusciamo a distinguere o che vorremmo governare. Così vive anche Pardoe Kendrick, ventitreenne che, a un certo punto, ha sfidato un amico: avrebbe portato il Kings Park Rangers, squadra di Great Cornard, dalla Eastern Counties League Division One North (la nona serie inglese) fino alla Premier League, più in alto del più noto Queens Park Rangers, e poi fino a vincere tutto quello che era possibile. Un’impresa raccontata online e letta da qualcuno del Kings Park Rangers che, a un certo punto, ha avuto l’idea: varcare la soglia tra il virtuale e il reale, chiamare Pardoe Kendrick, invitarlo a una partita della squadra, chiedergli qualche consiglio. Non una partita qualsiasi, ma quella contro il Framlingham Town, nei giorni in cui il KPR poteva arrivare in vetta alla classifica. Per esserci, il ragazzo ha affrontato un viaggio di circa 500 miglia da Hereford, e poi è stato coinvolto nelle discussioni tattiche con lo staff e perfino nel discorso alla squadra. Il suo suggerimento principale è stato quello di passare a un 4-4-2, modulo che lui usa nel videogioco e - indovinate un po’? - anche grazie a questa mossa tattica la squadra ha vinto (3-2), portandosi in testa alla classifica.
Abbattere il confine tra reale e virtuale è stato anche un lavoro del club, che ha costruito la storia sui social e ha fatto parlare di sé, che per una squadra di non-league inglese non è un dettaglio da poco. Ma, soprattutto, ha dimostrato una volta in più che, per quanto serio sia, il calcio resta un gioco. Qualche volta, un videogioco.
⚽⚽⚽ La vedi quella? È la “Tribuna Messi”
Quando a un calciatore, un allenatore, un eroe del passato, viene intitolato uno stadio o un settore, qualcosa che lo ricordi, quella persona diventa immortale. Per la sua squadra, per i suoi tifosi, per chiunque guardi, nomini, ne legga il nome. Quando accade di una persona in vita, allora, che succede?
“Tradizionalmente, gli omaggi guardano al passato. Sono costruiti sulla nostalgia. Sulla memoria. Questo è diverso. Questo nasce dal presente. Da ciò che sta accadendo proprio ora. Da ciò che si prova ogni volta che Leo scende in campo. Riconoscere qualcuno non significa sempre chiudere un capitolo. A volte significa rendersi conto di essere testimoni di qualcosa di unico”: ecco il modo con cui l’Inter Miami ha annunciato che nel suo nuovo stadio, il Nu Stadium (che si inaugura domani con la partita contro l’Austin FC) ci sarà la “tribuna Messi”. Per dirla meglio il settore del nuovo impianto da 26.700 posti si chiamerà “Leo Messi stand”. Un modo molto spinto di omaggiare il campione argentino, che ha firmato per il club della Florida nel 2023 dopo una carriera in Europa con Barcellona e Paris Saint-Germain e ne è diventato il miglior marcatore di sempre con 82 gol e il miglior assist-man con 53 assist, segnando peraltro nei giorni scorsi il gol numero 900 della sua carriera.
Messi avrà sorriso. Ma va detto che a questo è abituato: anche una tribuna del “Coloso”, lo stadio del Newell’s Old Boys si chiama con il suo nome, da giugno del 2025, con l’annuncio fatto nel giorno del suo trentottesimo compleanno, nonostante Leo non abbia mai giocato a livello professionistico nella squadra di Rosario, ma ci sia stato nel periodo delle giovanili fino ai tredici anni, quando poi è partito per Barcellona. Il “Coloso”, poi, è un caso a parte: intanto si chiama “Marcelo Bielsa”, un altro eroe argentino, che nel 1991 ha portato la squadra al titolo di Primera Division, mentre l’ex giocatore e allenatore del Newell’s, Gerardo “Tata” Martino, ha dato il nome alla tribuna ovest dello stadio. C’è anche una tribuna intitolata all’ex centrocampista dell’Atlético Madrid e del Liverpool, Maxi Rodríguez, mentre a Diego Maradona, una stagione sola al Newell’s all’inizio degli anni ‘90 è stata sufficiente a far sì che la tribuna sud portasse il suo nome. Un gruppo non male di eroi immortali. Messi lo è diventato in vita, da domani pure a Miami.
(Qui il video con cui l’Inter Miami ha annunciato il “Leo Messi Stand”)
Tre spunti sulle squadre del Mondiale
Ora ci sono tutte, alcune che mancavano da tempo. Fatte le squadre per il Mondiale, ora ognuna ha la sua storia: chi torna, chi ci sarà a quanto dicono, chi ha scelto la rivoluzione in ritardo
⚽ Ci sarà anche il Congo. Dopo la punizione del ‘74
L’ultimo a qualificarsi è stato l’Iraq, battendo la Bolivia e assicurandosi il ritorno al Mondiale quarant’anni dopo l’ultima volta. E, nelle partite che hanno assegnato gli ultimi sei posti per la Coppa del Mondo, in ordine sparso l’hanno spuntata Bosnia, Turchia, Repubblica Ceca, Svezia e Congo. Ecco, il Congo. Forse la storia migliore da raccontare, con la qualificazione celebrata in patria con un giorno di festa nazionale stabilito dal governo. Ci sarà tempo per raccontarle tutte, ma questa spinge per essere tra le prime.
L’ultima volta che il Congo ha partecipato a un Mondiale è stato nel 1974, e si chiamava Zaire. Ma parto dall’attualità, perché la Federazione congolese in questo momento non ha un presidente. O meglio: ce l’ha, si chiama Jean-Guy Blaise Mayolas, ma è in fuga con la moglie e il figlio. Su di lui pende un mandato di cattura internazionale per una condanna per appropriazione indebita di 1,1 milioni di euro dai fondi Fifa, ricevuti nell'ambito del piano di aiuti per il Covid-19, a febbraio 2021. Lui, il figlio e la moglie sono condannati all’ergastolo, ma i due familiari forse sono fuggiti da tempo, mentre per gli inquirenti Mayolas potrebbe nascondersi da qualche parte nella Repubblica o in Camerun. Poi: nell’ultima Coppa d’Africa il Congo ha fatto parlare di sé sicuramente per le prestazioni, ma ancora di più per il suo tifoso simbolo, Michel Kuka Mboladinga, conosciuto da tutti come Lumumba. Che alla finale per la qualificazione contro la Giamaica avrebbe voluto esserci, ma non ha potuto raggiungere Guadalajara, in Messico, perché ha avuto problemi con il visto. Lo ha annunciato lui stesso sui social. Non è riuscito a produrre i documenti in tempo: “Sfortunatamente, anche in caso di emergenza, ottenere un visto espresso richiede almeno un giorno di elaborazione - ha scritto -. Considerando la durata del viaggio in Messico (...) mi è sembrato impossibile arrivare in tempo e svolgere correttamente questa missione”.
Poi, c’è il vero motivo per cui vedere il Congo al Mondiale è un’occasione di riscatto. L’ultima volta, dicevo, è stata nel 1974. E per decenni è valsa una presa in giro anche violenta, furono gli zimbelli del mondo. Per questa punizione apparentemente comica.
Il Brasile, era la terza partita del girone, vinceva tre a zero, stava per battere la punizione all’85’ con Rivelino, uno specialista. Mwepu uscì dalla barriera prima del fischio dell’arbitro e calciò lontano. Risate, interpretazioni: la più generosa era che non conoscessero il regolamento. Ma Mwepu non era sprovveduto come sembrava, era disperato. Lo Zaire, in quei tempi era sotto la dittatura di Mobutu Sese Seko. E come molti dittatori Mobutu voleva usare il calcio come strumento di potere, interno e internazionale. Nella partita precedente la nazionale africana aveva perso 9-0 contro la Jugoslavia e fu proprio il dittatore, furioso proprio per la sua popolarità, a minacciare i giocatori: “Se perdete la prossima per più di 3-0 nessuno tornerà a casa vivo”. Ecco cos’era: era paura, ma Mwepu lo ha confessato solo nel 2002: “Eravamo già sul 3-0, fui preso dal panico e calciai il pallone lontano. I brasiliani ridevano, ma non capivano cosa io provassi in quel momento”. Ma il Brasile non segnò più, Mwepu aveva salvato la sua vita e quella dei compagni di squadra a costo di far ridere il mondo. Fino a quando non ha raccontato la verità. Ma questo Mondiale, ora, diventa l’occasione di riscatto: eccolo, il Congo. No, non lo Zaire. Fidatevi: conosce le regole e non dovrà infrangerle per salvarsi la pelle.
⚽⚽ L’Iran ci sarà, dice Infantino
Breve riassunto delle puntate precedenti: il 28 febbraio Israele e Usa attaccano l’Iran. A quel punto: può una squadra giocare in casa della nazione che sta bombardando la propria terra? Gli iraniani avevano detto che avevano altro a cui pensare rispetto al Mondiale, Trump aveva risposto che non gli importava, Infantino aveva aggiunto di aver parlato con il presidente degli Stati Uniti e che, invece, sarebbero stati i benvenuti al Mondiale, ma Trump lo aveva corretto: certo, sarebbero stati i benvenuti, ma mettendo a rischio la loro sicurezza e la loro vita. Allora aveva risposto la nazionale dell’Iran: al Mondiale ci sarebbero stati, se gli Usa non sono in grado di garantire la sicurezza va tolta la Coppa del Mondo agli Usa. E ancora: l’Iran ha poi rilanciato, dicendo sì al Mondiale ma chiedendo di giocare solo in Messico, che non volevano boicottare la manifestazione, ma gli Stati Uniti sì. E la Fifa aveva detto che non si poteva. Nel frattempo, l’Iran ha giocato le sue amichevoli pre Mondiale, nella pausa in cui tutte le nazionali qualificate alla Coppa del Mondo hanno giocato, mentre le ultime sgomitavano per un posto. E non sono state due partite neutre: nella prima partita, contro la Nigeria, i giocatori prima della gara hanno posato per la foto con gli zaini scolastici in onore dei bambini della scuola elementare Shajare Tayebé di Minab, uccisi dall'attacco statunitense del 28 febbraio.
Nella seconda, invece, contro il Costa Rica, i giocatori prima dell’inizio avevano in mano le foto di alcune vittime della guerra, e edifici storici e impianti sportivi distrutti dai bombardamenti. A questa partita, però, c’era uno spettatore d’eccezione: il presidente della Fifa, Gianni Infantino. In Turchia, dove si sono giocate le due partite, Infantino è arrivato il giorno della gara e ha cominciato a tessere la sua tela, ha incontrato l’allenatore e i giocatori della nazionale per rassicurarli sul Mondiale e, alla fine, ha fatto il suo annuncio: “L’Iran parteciperà ai Mondiali. Le partite si svolgeranno dove previsto, secondo il sorteggio. Siamo entusiasti perché, a mio parere, al momento è una squadra davvero molto forte. Quindi, sono molto contento”.
Poi ha raccontato tutto sul suo profilo Instagram:
“Mi sono congratulato ancora una volta con la nazionale iraniana per la qualificazione alla Coppa del Mondo FIFA 2026 e per aver reso orgogliosi milioni di persone in Iran e nel mondo. Rappresentare una nazione comporta una grande responsabilità e ho incoraggiato i giocatori a continuare a ispirare i loro tifosi e a far sognare il loro popolo sul palcoscenico globale.
Il calcio porta unità e speranza, anche nelle circostanze più difficili, e la Fifa continuerà a sostenere la squadra per garantire le migliori condizioni possibili nella preparazione alla Coppa del Mondo. Non vedo l’ora di vederli trasmettere al mondo un messaggio positivo di umanità e solidarietà.”
Che sia l’ultima parola non è detto, però. Non sono giorni semplici per il mondo, figuratevi per il Mondiale.
⚽⚽⚽ Il Ghana cambia allenatore 70 giorni prima di iniziare
Se pensavate di aver visto tutto con il Marocco, con il cambio di allenatore in corsa tra la finale di Coppa d’Africa (al momento dell’esonero era persa, poi il verdetto è stato ribaltato) e la prima partita del Mondiale e una soluzione trovata in corsa, non avete ancora sentito la storia del Ghana, che pure al Mondiale ci sarà e che, a sorpresa, ha deciso di mettere tutto in discussione a settanta giorni dal via: martedì ha esonerato Otto Addo, allenatore cinquantenne che aveva portato la squadra fino agli Usa. Sembrerà anomalo, ma la rottura del rapporto è stata causata dalle sconfitte nelle amichevoli. Per carità, quattro consecutive, ma amichevoli e l’ultima contro la Germania per 2-1 e con un gol dei tedeschi a due minuti dalla fine. Forse, direi, ha più spaventato il 5-1 di venerdì scorso con l’Austria, che è una squadra che i ghanesi ritroveranno ma il punto è: è così facile cambiare a poco più di due mesi dal Mondiale senza peraltro il tempo per provare la squadra anche in campo?
Addo, ex nazionale ghanese nato in Germania, era alla sua seconda volta sulla panchina del Ghana: nominato a marzo del 2024 non era riuscito a qualificarsi per la Coppa d’Africa del 2025. Dopo ventidue partite, di cui otto vinte e nove perse e dopo aver guidato la nazionale anche nello scorso Mondiale, ora vedrà il prossimo dal divano di casa. Del resto, se ha perso le amichevoli…
Tre passi verso il Mondiale
Tappe di avvicinamento a un torneo enorme, con molte squadre ma speriamo di riconoscerle, con giocatori che speriamo di vedere e commentatori che vorremmo sentire
⚽ In Usa-Belgio non si capiva niente
No, la prima non è buona. Guardate sopra: riuscite a capire qual è il Belgio e quali sono gli Stati Uniti? No, vero? Eppure si è giocato davvero così, nella prima amichevole verso il Mondiale delle due nazionali. La prima con le maglie nuove, disegnate proprio per la Coppa del Mondo. Ogni squadra voleva sfoggiare la divisa appena presentata: quella degli Usa disegnata su suggerimento dei calciatori, quella del Belgio ispirata al pittore surrealista Magritte. Solo che le maglie si confondevano e, sorpresa, nessuna delle due squadre aveva portato quelle di riserva. Così si è partiti sperando che questo non creasse problemi: gli Usa con la maglia che richiama i colori della bandiera americana, con strisce ondulate rosse e bianche che la attraversano e un'ampia fascia bianca sul retro, il Belgio con il completo azzurro cielo chiaro con motivi rosa e dettagli neri. Entrambe dicono di aver avuto l’approvazione preventiva dell’arbitro, ma solo in campo si sono accorti del pasticcio: i tifosi rumoreggiavano perché non capivano, la tv belga ha dovuto chiedere scusa ai telespettatori e per un attimo gli Usa hanno pensato di mandare qualcuno di corsa in albergo per recuperare l’altra divisa e cambiarsi nell’intervallo, ma poi alla fine si è andati avanti così. Alla cieca, in pratica.
Anche i giocatori si sono lamentati. Pulisic ha confessato di aver fatto fatica a riconoscere i compagni di squadra in alcuni momenti della partita: “Molte volte, quando prendi la palla e alzi lo sguardo, non riesci a individuare un punto preciso. Puoi solo basarti sul colore della maglia. E quando i colori sono molto simili, è difficile”. E anche Weston McKennie ha voluto sottolinearlo: “Quando davi una rapida occhiata per capire chi fosse chi, era quasi una questione di 50 e 50. Quindi sicuramente dovevi prenderti un po’ più di tempo con la palla prima di prendere una decisione o di passare la palla di prima a un giocatore”. Cioè, la passava sperando di aver individuato il calciatore giusto. Ma per chi guardava era un calvario: nelle azioni in cui le squadre si ammassavano (come nei calci d’angolo) era tutto un miscuglio di persone praticamente uguali. E il Belgio, peraltro, ha fatto sapere che il problema non si sarebbe risolto nemmeno se avessero giocato con l’altra maglia, la loro prima, perché essendo rossa non avrebbe avuto comunque una differenza netta con le strisce della maglia statunitense. A questo punto gli Usa avrebbero dovuto indossare la loro divisa “da trasferta”, quella blu scuro. Invece niente. Dicono che la partita sia finita 5-2 per il Belgio. Chi l’ha vista in tv forse non ne è così sicuro. Ma conviene crederci.
⚽⚽ Nati in un campo profughi, sognano la Coppa del Mondo
Preparatevi: il Mondiale, nonostante i tanti tentativi di svilirne lo spirito da parte di Infantino e i suoi amici, è una gigantesca rassegna di storie umane, di persone che giocano e hanno da raccontare. Come i fratelli Mohamed e Al Hassan Touré, due che forse saranno nella squadra australiana e che si trovano lì quasi per caso, per una serie di incroci che la vita mette davanti, ma che non si possono prevedere. Giocare ai Mondiali è il loro sogno, e oltre agli australiani potrebbero trovare tra i loro tifosi i giovani della Guinea e anche quelli della Liberia. Perché la loro storia passa dal campo profughi di Conakry, in Guinea, dove Al Hassan nasce in una capanna di fango a maggio del 2000, in un parto complicato per la madre che rischia di morire, e Mohamed a marzo del 2004. I genitori erano fuggiti dalla Liberia in piena guerra civile nel 1990 e lì avevano trovato ospitalità, prima di trasferirsi a novembre del 2004 in Australia grazie all’aiuto di una operatrice umanitaria. A Croydon, un sobborgo di Adelaide, nell’Australia meridionale, il padre, ex calciatore, e la madre cercano una nuova vita, districandosi tra problemi economici e fatica, ma una delle prime cose che decidono di fare è quella di iscrivere i figli alla squadra di calcio locale, il Croydon Kings. Poi sono cresciuti, scegliendo il calcio come via di fuga. Anche perché quando sono tornati indietro, per vedere la loro vita precedente, hanno capito che dovevano sorridere al futuro, ma anche al presente che stavano vivendo: nel 2016 il padre li portò nel campo dove erano nati e loro, un po’ sorpresi, chiesero dove fosse il bagno, dove fosse la cucina. E il padre rispose, semplicemente, che non c’erano.
Ora Mohamed gioca nel Norwich City, Al Hassan nel Sydney ed è entrato nel giro della Nazionale a novembre scorso, partendo dalla panchina in un’amichevole contro il Venezuela. Quando inizierà il Mondiale, potranno dire di aver fatto un viaggio straordinario. Anche se già lo era.
⚽⚽⚽ Convocati anche Ibrahimovic e Klopp. Ma in tv
Per raccontare 48 squadre e 104 partite, nel Mondiale più largo di sempre, servono anche facce all’altezza. Le tv lo hanno capito: il torneo vivrà anche negli studi, nei pre e post partita, nei commenti che accendono una serata o la spengono. Non bastano più i professionisti del microfono: servono icone.
E allora ecco Zlatan Ibrahimović. Fox lo ha voluto come si prende un fuoriclasse fuori mercato: non solo per quello che sa, ma per quello che provoca. Zlatan non entra in scena, la occupa. E in tv promette di essere ciò che è stato in campo: imprevedibile, teatrale, definitivo. Non l’analista che spiega il calcio come un manuale, ma quello che lo seziona con l’ego di chi ha sempre pensato di essere più grande della partita. Accanto a lui, Fox ha piazzato anche Thierry Henry: l’altra faccia del racconto. Meno tuono, più classe; meno slogan, più lettura. Se Zlatan è la scintilla, Henry è la linea pulita del grande calcio spiegato con naturalezza. Più che una redazione, il network americano sta costruendo un cast.
La risposta tedesca ha il volto, la barba e l’energia di Jürgen Klopp. MagentaTV se lo è assicurato con largo anticipo e lo porterà in studio per tutta la corsa mondiale. Con lui ci saranno Thomas Müller e Mats Hummels: un allenatore-capopopolo, un campione del mondo che ha sempre parlato di calcio come lo sente, e un difensore che del gioco ha fatto soprattutto una questione di intelligenza. Klopp in tv non sembra un ex tecnico che commenta, ma uno che ha ancora la partita addosso. Müller ha il vantaggio di non recitare mai, Hummels aggiunge uno sguardo più geometrico, più chirurgico.
Il risultato è affascinante: il Mondiale si annuncia come una sfida globale di voci e volti. Ex campioni che portano in studio il peso della loro carriera, la loro presenza scenica, che mettono la faccia. Pronti?
Tre modi per parlare dei costi del Mondiale
I soldi saranno un argomento costante della Coppa del Mondo più salata della storia. Alcuni tifosi si fanno i conti in tasca, altri nel dubbio cercano risorse in modo insolito. Ma c’è pure una sfida tra chi pensa più al “popolo”
⚽ Ha venduto casa per seguire l’Inghilterra fino alla fine
È capitato a tutti: vediamo qualcosa che costa troppo e pensiamo che “dovremmo vendere la casa, per comprarlo”. Ecco, ma noi lo abbiamo solo detto. Andy Milne, tifoso della nazionale inglese, invece, lo ha fatto davvero. Intanto, di chi sto parlando? Andy è un tifoso che gli inglesi hanno imparato a conoscere durante lo scorso Mondiale, quando durante la partita degli ottavi dell’Inghilterra vinta tre a zero contro il Senegal, è stato fotografato con una replica della Coppa del Mondo tra le mani. L’ossessione del calcio che torna a casa dei suoi connazionali ha avuto la sua immagine perfetta: mentre una nazione si illudeva di potercela fare c’era chi, in posa, rappresentava quel sogno. La foto diventò virale e Andy Milne famoso, anche se lo avrebbe meritato anche senza quel momento. Perché lui ha già seguito nove Mondiali dal vivo, otto maschili (il primo in Spagna, nel 1982, a diciannove anni) e uno femminile. Non si stacca mai dalla nazionale e nemmeno per questo Mondiale ne ha intenzione: ha già previsto di seguirli dall’inizio alla fine, di arrivare negli Stati Uniti il 3 giugno e rimanere per sette settimane, seguire tutte le partite (ha già comprato i biglietti) e anche eventi collaterali, effettuare escursioni già previste (come un viaggio in auto a Memphis per visitare Graceland, l’ex casa di Elvis Presley). Con i prezzi dei biglietti e di tutto quello che ruota intorno al Mondiale più costoso della storia, viene da dire che si dovrebbe vendere casa, per fare tutto questo.
E, infatti, Andy, insegnante di 62 anni in pensione che ora vive in Thailandia, ha venduto casa: non quella in cui passa i suoi giorni quando non è al seguito della Nazionale, ma la seconda abitazione, quella a Northwich, nel Cheshire, che finora aveva sempre affittato ad altri e che ha un valore di poco più di 400mila euro. “L’ultimo torneo in Qatar - ha raccontato ai giornali inglesi - è stato un regalo che mi sono fatto, risparmiando per anni. Abbiamo una seconda casa da ventisette anni, mi è sembrato il momento giusto per incassare”. Questo non vuol dire che durante la permanenza sprecherà denaro, perché si è comunque organizzato per risparmiare e dormire sul divano da amici in Messico, a Dallas e a Vancouver. Dicendoci, di fatto, che nemmeno vendere una casa è sufficiente.
⚽⚽ Quanto costerebbe a un tifoso di Los Angeles? 30.000 euro
Qualcuno doveva farlo, sennò stiamo sempre a parlare di prezzi senza fare un passo avanti e capire, complessivamente, di cosa stiamo parlando. Lo ha fatto Espn, immaginando un tifoso degli Stati Uniti che vive a Los Angeles e decide di seguire la nazionale fino alla finale del Mondiale. Avvertimento: si tratta di uno scenario favorevole, con prezzi indicativi e spesso sul lato basso. Eppure aspettate il conto finale per spaventarvi.
La spesa più pesante è, ovviamente, quella per i biglietti. Nel girone, il tifoso paga 1.120 dollari per l’esordio con il Paraguay, 265 per la partita di Seattle contro l’Australia e 340 per la terza sfida a Los Angeles contro la Turchia. Dalla fase a eliminazione diretta in poi i prezzi salgono ancora, usando le quotazioni del marketplace ufficiale Fifa, dove per i turni successivi incidono anche commissioni superiori al 13%. Alla fine, i tagliandi assorbono il 59,6 per cento della spesa totale: circa 20.500 dollari.
Poi ci sono gli spostamenti. Il percorso ipotizzato è questo: auto per le gare di Los Angeles, volo per Seattle nella fase a gironi, viaggio in macchina fino a Santa Clara per i sedicesimi, nuovo volo per Seattle per gli ottavi, ritorno a Los Angeles per i quarti, aereo per Dallas per la semifinale e infine volo verso New York-New Jersey per la finale, con treno e metropolitana fino al MetLife Stadium. Solo trasporti e trasferimenti valgono circa 3.660 dollari; per gli hotel, calcolati sulla media dei cinque alberghi fino a tre stelle più vicini agli stadi per soggiorni di due notti, servono invece quasi 9.900 dollari.
In totale, secondo la simulazione, seguire gli Usa fino in fondo costerebbe 34.525 dollari, poco meno di 30mila euro, inclusa una quota minima per cibo e merchandising. E sono quelli che giocano in casa.
⚽⚽⚽ 5 biglietti per l’Europeo costano meno del parcheggio in Usa
Tra l’Uefa e la Fifa non corre buon sangue nemmeno quando posano per le foto per mostrare che vanno d’amore e d’accordo. Quindi, quale maggiore affronto che una sfida sui prezzi? Partiamo da quello di cui si è già abbondantemente parlato: i biglietti per il Mondiale in Usa costeranno cifre folli. I 6,7 milioni di tagliandi vanno, nella fase a gironi, da quello più economico da 60 dollari (poco più di 50 euro, ma il numero è limitato) fino a 2.700 dollari (2.300 euro circa). E più va avanti il torneo più i prezzi salgono: il biglietto più economico per la finale costa oltre 2.000 dollari (quasi 1.800 euro), mentre il più caro arriva a quasi 8.000 dollari (7.000 euro, ma ieri biglietti per la finale di categoria 1 sono stati venduti a 10.990 dollari). In più, molti biglietti sono nei circuiti ufficiali di rivendita a prezzi maggiorati con la Fifa che ricava commissioni da chi vende e chi compra.
Qual è la risposta dell’Uefa, nel pieno della polemica per i costi del Mondiale? Rivelare sin da ora che per gli Europei 2028, che si giocheranno in Inghilterra, Irlanda, Scozia e Galles, i prezzi dei biglietti saranno gli stessi del 2024. Congelati, per rendere il calcio a portata di tutti: nella fase a gironi la categoria più economica, denominata "Fans First", costerà circa 30 euro, la categoria successiva si aggirerà intorno ai 60 euro. La quantità dei biglietti di queste due categorie sarà vicina al cinquanta per cento dei tagliandi a disposizione. Il costo ufficiale verrà reso noto nel 2027, ma appare chiaro il motivo per cui l’indiscrezione è stata lasciata circolare. Per permettere di fare i conti. Come quelli che ha fatto The Athletic: “Un tifoso che spera di andare a Euro 2028 avrà la possibilità di acquistare i biglietti per cinque partite della fase a gironi allo stesso prezzo del costo medio di un parcheggio in uno stadio durante i Mondiali di quest'estate, che attualmente si aggira sui 175 dollari (poco più di 150 euro)”. Ecco, appunto.
Tre articoli da leggere
Scegli una volta e scegli per sempre, giochi e ti ricordano per sempre. Gli unici che non dicono “per sempre” sono quelli che da questo tempo sfortunato vorrebbero fuggire
⚽ Si può smettere di tifare per la propria squadra?
La risposta è no, ovviamente. E, infatti, la BBC si pone la domanda per fare un viaggio attraverso alcuni tifosi e le loro storie, su quell’amore mai scelto ma che ha scelto te e che ti accompagna realmente per tutta la vita. Chi sceglie una squadra poi torna indietro? E cosa c’è dietro quel legame? Nessuno, o quasi, cambia idea, tutti si lasciano conquistare dal caso o dalle scelte familiari e poi restano lì, con la vita legata a undici calciatori casuali che però giocano con la tua maglia. Il viaggio di opinioni passa anche da uno psicologo che spiega: “Non si tratta di un amore romantico, ma con il tifo costruiamo legami emotivi, creiamo ricordi ed esperienze. Se guardiamo ai social media, ad esempio, a volte le persone includono il nome della propria squadra nel proprio profilo, quindi lo mettono in primo piano. Diventa parte di ciò che sono”. Però un tifoso che ha smesso di tifare per la propria squadra c’è, in questo articolo. Si chiama Steve e non ha cambiato, ha semplicemente smesso: una vita di “tutto o niente”, tifando per 47 anni in modo totalizzante per il Manchester United. Poi, quando lo United ha vinto nel 2017 l’Europa League, che era l’unico trofeo che ancora mancava, ha proprio smesso di tifare, si è dedicato ad altro per tornare a respirare dopo una vita faticosa al seguito della squadra: “Quando finisci un puzzle, puoi guardarlo e godertelo, oppure puoi distruggerlo e ricominciare da capo. Io non volevo ricominciare da capo”.
⚽⚽ Non ci sarà un altro Beckham
Jordan Wise ha visto il documentario su David Beckham e ha tirato fuori una lunga riflessione assai romantica. Si può essere romantici con Beckham? Sì, basta leggere. Perché è stato una miniera d’oro: Florentino Perez dice che dopo il suo arrivo il Real Madrid ha triplicato i ricavi. Non c’è una possibile verifica di questo dato, ma di certo ha allargato la popolarità degli spagnoli in tutto il mondo, portandoli ovunque (il tour in Asia del 2003 è stato paragonato alla prima visita dei Beatles in Usa) e mostrandosi, di fatto, come il calciatore più famoso del mondo. Ma parlarne solo in termini economici non è sufficiente: “In un’epoca che ha visto emergere Zidane, Figo, Ronaldo e Nedvěd, è stato costantemente considerato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo. I suoi cross dalle fasce, la sua precisione nei passaggi, la sua abilità sui calci piazzati, sono aspetti che gli allenatori usano ancora oggi come punti di riferimento”. Ha messo in campo un talento inarrivabile guadagnandosi ogni minuto di popolarità, con la capacità di leggere tutto in anticipo, fossero le evoluzioni tattiche o le strategie di marketing. Una capacità che, ora, lo porta a essere imprenditore sportivo illuminato e che fa reggere il marchio-Beckham nel tempo. Ci hanno provato anche altri, ma una differenza è qui: “Ronaldo ha reso Ronaldo cool. Beckham ha reso cool tutto ciò che lo circondava”.
⚽⚽⚽ La squadra più sfortunata di Francia
Meistratzheim, in Francia, è una città della regione del Grand Est con poco meno di 1.500 abitanti. Ha una squadra che, forse, è la più sfortunata di Francia. Milita in D2, una categoria lontanissima dai riflettori, ma ha una parabola sportiva da non crederci. In pochi anni tre promozioni consecutive, dalla D5 alla D2, e sembrava non essere finita. Ma la realtà ha deciso di divertirsi, in modo grottesco.
Prima un’invasione che ha dell’incredibile, dopo la promozione del 2023: un convoglio di roulotte occupa il terreno del club e lascia dietro di sé danni pesanti e gli impianti per l’irrigazione compromessi. Poi arriva la stagione 2024 che potrebbe consacrare la squadra: il Meistratzheim chiude l’andata davanti a tutti, sogna la promozione e si sente quasi inarrestabile. E invece, nel momento decisivo, si abbatte una raffica di infortuni impressionante. Tredici giocatori ko in poco tempo: ginocchia, crociati, incidenti sul lavoro, persino una caduta sugli sci. Da squadra di vertice a gruppo costretto a salvarsi all’ultimo respiro. E non è finita: un incendio doloso nell’aprile del 2025 devasta la sede della società. Poi altri danni, altri problemi, altri imprevisti: tubature che saltano per il gelo, furti di cavi elettrici, persino episodi talmente surreali da sembrare inventati. Come quello di ottobre dello stesso anno: c’era un vero circo allestito accanto al campo del Meistratzheim e i proprietari legarono i loro cammelli e dromedari al cancello, e gli animali lo buttarono giù. In più, i proprietari del circo colsero l'occasione per collegarsi al quadro elettrico temporaneo (installato dopo l'incendio) e utilizzare l'elettricità del club. Eppure è tutto vero. Ma la squadra resiste.
Bonus track
Torno sul Mondiale, ma perché lo scorso weekend il calcio ha ritrovato un tempio. A Città del Messico ha riaperto i battenti (per un’amichevole tra Messico e Portogallo) l’Azteca, lo stadio che ha visto due finali di Coppa del Mondo, che ha visto Pelé sollevare la Coppa Rimet nel 1970 e ha visto Maradona trionfare nell’1986. Che nel ‘70 è stato la casa di Italiagermaniaquattroatre e nell’86 il palcoscenico della Mano de Dios e del grande slalom di Maradona. Inaugurerà anche questo Mondiale, il terzo che si apre qui. E arriverà a 24 partite di Coppa del Mondo giocate. Nessuno stadio ha la stessa storia, però il motivo per cui lo racconto è soprattutto farvi vedere un breve video dell’inaugurazione.
Vi è venuta voglia di andarci?
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